Noi e lo Stato islamico sul nostro bagnasciuga

Libia, che fare? No a soluzioni militari né divisione del paese. Il ministro degli Esteri Gentiloni ci spiega dove arriverà il negoziato italiano
20 AGO 20
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Milano. Il negoziato in Libia si sta muovendo, si stanno ottenendo “per la prima volta” alcuni risultati, e “il riaprirsi di uno spiraglio nelle trattative gestite dalle Nazioni Unite moltiplica gli attentati di quelli che vogliono interrompere o eliminare qualsiasi azione politica e diplomatica” nel paese. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, spiega al Foglio la strategia onusiana – con un ruolo cruciale dell’Italia, “possiamo considerare la Libia come uno stato confinante” – per portare il paese su un “percorso costituente”: prima di tutto “un governo di tecnici o di saggi”, dice Gentiloni, “questa è la priorità di Bernardino León”, inviato speciale dell’Onu in Libia (che il ministro chiama sempre per nome, e sente costantemente, “gli ho parlato un’ora fa”, dice), e poi “in due o tre mesi” la ricostruzione istituzionale del paese.
Parlare di Costituente dopo l’attacco della settimana scorsa all’Hotel Corinthia, simbolo della Tripoli che vuole sentirsi normale, e quello nella notte tra martedì e mercoledì al sito petrolifero di al Mobrook gestito dalla compagnia di stato libica Noc con la francese Total, assieme agli attacchi quotidiani che non raggiungono i media internazionali, pare quasi azzardato, e il ministro non nasconde la preoccupazione, ma “è necessario evitare che gli attentati siano da ostacolo al processo negoziale”. Non bisogna fermarsi, perché i terroristi certo non lo fanno (e nella nostra testa risuonano le parole del generale Petraeus in Iraq: “Staremo peggio prima di stare meglio”: era vero). Secondo l’intelligence americana – ne ha parlato lunedì alla commissione Forze armate del Congresso il capo della Defense Intelligence Agency, Vincent Stewart – lo Stato islamico è sempre più presente in Libia, sotto il suo controllo non ci sarebbe più soltanto Derna, che già da tempo fa da hub dell’organizzazione, ma anche Sirte e molti territori vicino a Tripoli. Eppure la minaccia sembra, ancora una volta, sottostimata. Molti a Washington, così come alcuni diplomatici libici, si lamentano dell’assenza americana: dicono che dopo la strage di Bengasi la Libia è diventata un argomento tabù. E’ vero che Obama si è defilato? “Parliamo con gli americani con costanza, sono molto coinvolti – dice Gentiloni – Certamente è vero che tendono a responsabilizzare i paesi del Mediterraneo, e in particolare l’Italia, per evidenti ragioni geografiche e di interessi strategici”. L’Europa deve fare di più insomma, l’Italia con la Francia e la Spagna sono in charge, “i francesi si preoccupano anche della minaccia terroristica nel sud, verso il Mali, dove si concentrano gli interessi di Parigi”. Ma alternative alla road map decisa a Ginevra – cui l’Italia ha dato un sostegno decisivo, “non soltanto politico, ma anche logistico, facendo muovere le delegazioni con i nostri aerei” – non ce ne sono: “Anche gli stati della regione nordafricana hanno preso atto del fatto che soluzioni militari o l’ipotesi di una divisione territoriale della Libia non sono vie praticabili”.
[**Video_box_2**]Il negoziato dell’Onu, quindi: “A Ginevra gli interlocutori erano il governo di Tobruk, scaturito dalle elezioni, i gruppi islamici di Misurata e alcune comunità tribali: mancava l’adesione di Tripoli. E’ di queste ore invece la notizia che il Congresso nazionale di Tripoli potrebbe partecipare, già dalla settimana prossima, lunedì o martedì, a una nuova fase di trattative per costruire un governo tecnico rappresentativo”. Una volta che il processo fosse avviato, continua Gentiloni – “ma dire questo è buttare il cuore oltre l’ostacolo”, aggiunge mettendo un pizzico di ironia in una conversazione telefonica dai toni preoccupati – “il governo italiano sarebbe pronto a proporre al Parlamento di partecipare a una missione dell’Onu che sostenga la stabilizzazione”.
Se arrivano i peacekeeper, l’Italia sarà in prima linea, ma prima ci vuole la “peace”, che pure con le migliori intenzioni oggi non si vede. Anche perché persiste una contraddizione strategica rilevante: lo Stato islamico si fa forte del suo potere conquistando terre, ma noi che vogliamo fermare questa avanzata la terra non la tocchiamo mai. “L’espansione del Daesh si è fermata e ha forse subìto un arretramento – dice invece Gentiloni – e anzi l’oscena propaganda di questi giorni, il pilota giordano arso vivo ma anche gli orrori visti finora, non coincide affatto con una fase di espansione del Daesh”. Ci vogliono terrorizzati e inorriditi perché stanno perdendo, allora? No, non stanno perdendo, ma “non stanno avanzando, grazie ai curdi, agli iracheni, agli strike della coalizione e all’impegno di paesi come il nostro”. E’ presto per dirlo, e comunque di “mission accomplished” nessuno parlerà mai più per i secoli a venire, e “il Daesh potrebbe arretrare sul terreno, ma farsi più pericoloso sulla sua proiezione internazionale”, ma quando si registrerà una svolta nella guerra, “si comincerà con la fase degli aiuti umanitari e degli uomini dell’Onu”. E l’Italia continuerà a esserci.